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A Roma si rischia di pagare per poter inquinare

Articolo pubblicato su “The Sixth sun”

Lo scorso 24 giugno 2022, il sindaco di Roma Capitale Gualtieri e il suo assessore alla mobilità Patanè hanno dichiarato, in occasione degli Stati generali dei trasporti presso l’Auditorium Parco della Musica, di volere istituire una cosiddetta “Pollution o Congestion Charge”.
Più nello specifico, a partire dall’8 dicembre 2024, giorno coincidente con l’apertura del prossimo Giubileo, sarà in vigore una sorta di tassa per poter entrare in alcune aree della Città Eterna con il proprio veicolo a motore endotermico inquinante. La tassa si riferirà soprattutto agli autoveicoli e alle moto Euro 3 benzina ed Euro 4 diesel e interesserà, oltre che il territorio del centro storico, anche le seguenti zone urbane: San Giovanni, Testaccio, Ostiense, Monteverde, Gianicolense, Castel Sant’Angelo, Vaticano, Prati e Trionfale. Nel complesso, una nuova zona a traffico limitato molto più estesa dell’attuale.
Sempre in base alle dichiarazioni dei due rappresentanti istituzionali, saranno presto determinate le modalità per il pagamento della tassa in questione, per l’accesso, anche giornaliero, alle suddette aree e sarà previsto, quasi sicuramente, un certo quantitativo di accesso libero per tutti nonché gratuito per coloro che dovranno spostarsi dalle periferie al centro. Inoltre, tutti i residenti della nuova Ztl allargata dovranno dotarsi del solito contrassegno con le modalità già previste.


La città cui si è “ispirato” il progetto politico capitolino ancora in cantiere sarebbe Milano, che già da diversi anni ha istituito una pollution charge e previsto, per l’appunto, un certo numero di ingressi liberi all’anno, specie nella zona C. Il tutto, poi, per cercare di ridurre il traffico cittadino e l’inquinamento atmosferico prodotto soprattutto dai carburanti dei veicoli a motore.

Ebbene, che sia già in vigore in altre città italiane o meno, la tassa per inquinare appare come la perfetta storpiatura del noto principio internazionale “chi inquina paga”. Principio, quest’ultimo, apparso per la prima volta nella raccomandazione n. 128/1972 dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), in base al quale al responsabile della minaccia o del danno ecologico vanno addossati tutti «i costi della prevenzione e delle azioni contro l’inquinamento come definite dall’Autorità pubblica
al fine di mantenere l’ambiente in uno stato accettabile».


Trattasi di una vera e propria “colonna giuridica”, espressione della canalizzazione della responsabilità ambientale sul soggetto agente in primis, su cui si reggono numerosi atti normativi europei che ci interessano direttamente, in quanto recepiti nella maggior parte dei casi nel nostro D.lgs. n. 152/2006, detto anche Codice o Testo Unico Ambientale italiano, oltre che in altri d.lgs. nostrani. Tra questi, si segnalano: la Raccomandazione 1975/436/Euratom, CECA e CEE concernente l’imputazione dei costi e l’intervento dei pubblici poteri in materia di ambiente, con in allegato la Comunicazione della Commissione Europea avente ad oggetto la ripartizione dei costi e l’intervento dei poteri pubblici in materia di ambiente, la Direttiva 1999/31/CE relativa alle discariche di rifiuti (v. Art. 10), la Direttiva 2000/60/CE per l’azione comunitaria in materia di acque (v. Art. 9), la Direttiva 2004/35/CE sulla prevenzione e riparazione dei danni ambientali (v. Considerando nn. 2 e 18, artt. 1, 2. 16 e 8. 1-2) e la Direttiva 2008/98/CE per la gestione e il trattamento dei rifiuti (v. Art. 14).


Da notare, al riguardo, che le norme europee così come quelle italiane non sempre si riferiscono all’ “operatore”, ossia la persona fisica che detiene la responsabilità o il controllo di una specifica attività professionale produttiva. Talvolta, difatti, si rivolgono più semplicemente al “responsabile” della minaccia o dell’inquinamento, in capo al quale devono imputarsi i relativi oneri della prevenzione e riparazione. Ciò emerge, ad esempio, a livello nazionale dalle disposizioni di cui alla Parte Quarta e Parte Sesta del Codice Ambientale, che concernono le complesse procedure della bonifica dei siti contaminati e della riparazione del danno ambientale, nell’ipotesi colposa.


Di conseguenza, non vi sono motivi per i quali valga la pena derogare al principio internazionale in parola e consentire ai cittadini romani di poter inquinare pagando. Oltretutto, tale principio giammai deve essere inteso quale forma di contrattazione per inquinare verso il pagamento di una somma di denaro!
Sarebbe troppo facile per le persone che se lo possono permettere a scapito di quelle meno abbienti, oltre che illogico e immorale per la tutela dell’ecosistema in sé considerato!

Non a caso, come rappresentato chiaramente nella richiamata raccomandazione dell’OCSE nonché dal considerando n. 2 della suddetta Direttiva 2004/35/CE sulla prevenzione e riparazione dei danni ambientali, il principio impone oneri finalizzati a prevenire e contrastare concretamente l’inquinamento direttamente in capo al responsabile. Così facendo, quest’ultimo in futuro sarà incentivato a eseguire pratiche più virtuose, pur di non pagare tutti i costi delle azioni di prevenzione e ripristino effettivo che egli stesso deve attuare con ditte proprie o da questi incaricate.
Azzardato o no, questo parallelismo tra la proposta capitolina e la corretta attuazione del principio chi inquina paga, dovrebbe comunque far riflettere le coscienze dei rappresentanti istituzionali e dei cittadini chiamati a osservare le norme che i primi intendono approvare. Soprattutto in considerazione del fatto che con la Legge costituzionale n. 1/2022 è stata da poco introdotta una parimenti audace riforma che ha messo mano su uno dei primi dodici “intoccabili” articoli della Costituzione, che sanciscono i principi supremi dell’ordinamento costituzionale italiano (v. Corte Cost. n. 238/2014).



Novella costituzionale che ha aggiunto il III comma dell’articolo 9 della nostra Carta Fondamentale, ilquale prevede il forte e chiaro dovere costituzionale dello Stato di tutelare “l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi”, non compatibile con la logica del pagamento per poter inquinare, ancorché finalizzata a imporre un deterrente al traffico e all’inquinamento stesso.
A Milano la misura ha funzionato? Per il traffico probabilmente, ma per l’inquinamento atmosferico riservo qualche dubbio, dal momento che dati scientifici alla mano il livello di polveri sottili ivi annualmente riscontrato non sembra di sicuro quello delle Galapagos, ed è risultato pure come uno dei principali fattori di veicolo del virus Covid 19.

Ma poi, in ogni caso, Roma è stata per secoli se non millenni una città che ha insegnato ad altre civiltà, ha “trascinato” altri popoli verso il proprio modello normativo, culturale, urbanistico ed artistico; perché arrendersi oggi all’idea di “farsi trascinare” da altri modelli urbanistici considerati efficaci da chi ci amministra? Non sarebbe meglio avallare le vere istanze di tutela ambientale contemporanee che ad oggi, nostro malgrado, solo i coraggiosi movimenti dei liberi studenti, professori e cittadini comuni sanno meglio rappresentare?
La chiusura della Ztl a tutti i veicoli a motore inquinante, con le dovute sovvenzioni per la rottamazione dei primi veicoli e l’acquisto dei veicoli ecologici, rappresenterebbe sì, una sincera proposta di transizione ecologica. E chissà, potrebbe destare fiducia negli investitori stranieri e ingenerare un miglioramento economico significativo da investire, a sua volta, nei progetti che tanto stanno a cuore alla cittadinanza romana: il recupero e la manutenzione del verde urbano, l’implemento della raccolta differenziata, la pulizia e la manutenzione delle infrastrutture, il potenziamento del trasporto pubblico, ed ovviamente, la conservazione del capitale monumentale romano.

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