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Intersezionale

IL PERSONALE È POLITICO, LA RABBIA ANCHE


Nei primi anni settanta Shulamith Firestone affermava di sognare una modalità di protesta femminista, alquanto originale: “un boicottaggio dei sorrisi, dichiarando il quale ogni donna abbandonerebbe immediatamente il suo sorriso ‘di cortesia’, sorridendo solo quando qualcosa le faccia realmente piacere”. La scelta significativa del termine sottolinea la libertà della possibilità, sorridere solo se davvero se ne avverte la voglia. Non uno sciopero, sospensione momentanea o definitiva, bensì un boicottaggio, la riappropriazione del segnale più immediato di una disposizione positiva verso l’altro.


Una liberazione dai sorrisi di cortesia al patriarcato, culturalmente insegnati e imposti ad ogni donna fin da bambina.
“Sorridi sempre, sii gentile, resta al tuo posto, non rispondere, non alzare la voce, sii educata..” alcune delle tante frasi che ogni donna si è sentita dire almeno una volta e che possono essere tradotte in un “sii mansueta, non dare fastidio, stai al tuo posto, occupa il minor spazio possibile”, “non sconfinare”. Così impari a farti sempre più piccola, a non sconfinare da quello spazio, che qualcuno gentilmente ti ha concesso, e a sorridere sempre anche a quelle affermazioni, a quei gesti e a quelle azioni che ti creano disagio, che ti sviliscono e che ti umiliano.


Rabbia.


La reazione interiore, al momento della presa di coscienza del dettame patriarcale interiorizzato, è la rabbia. Un sentimento che pensiamo di non poter legittimare proprio perché in contrasto con quanto insegnato e nel quale si soffoca, perché si insinua il dubbio che in fondo si sia frainteso tutto, che il male, lo sbaglio sia proprio e non sociale.
Dopotutto per la narrazione comune le qualità appartenenti ad una donna sono: arrendevolezza, cortesia, modestia e generosità. “Le donne sono brave”. Arrabbiarsi, allora, significa distruggere questa visione onirica sociale e aprire un conflitto con noi stesse.
C’è una possibilità, però, per ovviare a questa direzione autodistruttiva ed è l’agire politico collettivo. Rendere la propria rabbia politica, nella visione di una categoria oppressa. Il femminismo legittima e insegna che la rabbia è una forma di cura del sé, ma non solo, permette di prendersi cura degli altri e di mirare sia ad un’autoguarigione sia ad una liberazione collettiva.


Roxanne Dunbar- Ortiz, fondatrice del collettivo americano Cell 16, ne è un esempio. Per lei e le sue compagne, durante gli anni ’70, le alternative si limitavano o all’interiorizzazione autolesionista della rabbia, ad es. depressione e abuso di droghe, o ad una sua più libera espressione, per mezzo di forme di attivismo diretto, gruppi separatisti di autocoscienza femminile e una feroce critica agli episodi sessisti.


Ovviamente quando si sconfina la percezione esterna cambia. Perché se effettivamente lo status di oppressa viene riconosciuto, il diritto alla rabbia non è concesso. La rabbia è degli oppressori e ə oppressə devono mostrarsi sufficientemente meritevoli per ricevere aiuto contro gli effetti della propria oppressione, come se la condizione di oppressə fosse una scelta personale e non una condizione culturale e sociale.


Da oppressa una donna può sì passare al riconoscimento dello status di “vittima”, ma, in quanto tale, l’unica narrazione considerata accettabile è ancora una volta quella di una donna silenziosa, passiva, che deve vivere nell’ombra, nella tristezza e nel dolore.
Un’adesione al “codice di condotta dell’oppressə” che necessariamente, per poter ottenere il rispetto dei propri diritti, deve ricorrere all’intervento e all’assistenza di un potere- autoritàesterno.


“Vogliamo autonomia, non assistenza” – è il grido di risposta di NUdM Italia.
Se per gli uomini, che negano l’esistenza della violenza di genere, dismettere i panni di vittima e agire con rabbia è un modo per alimentare il proprio vittimismo e una cieca visione
della realtà dei fatti, per le femministe agire con rabbia mira alla prevenzione della violenza etero-patriarcale nelle sue varie forme.
La rabbia infatti può essere organizzata e indirizzata in direzioni emancipatrici, inoltre viene alimentata e più donne insieme la moltiplicano, la intensificano e un gruppo di singole soggettività si trasforma in una MAREA, che travolge, senza pazienza, lo stato delle cose presente. Per quanto il patriarcato percepisca questa rottura con disordine e continui a sollecitare una protesta gentile e silenziosa, in modo che possa continuare ad ignorare il tutto.
In questo modo si conquistano spazi e controllo di corpi e diritti: è la rottura del ruolo funzione della donna.
“Rinunciare al posto d’onore nel sistema patriarcale affermando questo non mi va bene”, oltre a essere un passaggio alquanto faticoso, significa anche guadagnare appellativi come “rabbiosa”, “isterica”, “pazza”.


Perché, per citare Michela Murgia, “Se ti esprimi in forte opposizione non sei una persona equilibrata, ma un’isterica, un’emotiva, un’irrazionale che non sa dominare le proprie passioni, né gli ormoni turbinanti del ciclo. Oppure, variante sempreverde, non assumi da tempo quella panacea per ogni malumore femmineo che, secondo il sessista medio, dovrebbe essere il pene.”


Essere arrabbiate non equivale essere rabbiose, come ricorda Chimamanda Ngozi Adichie “la rabbia è un’emozione umana […], ma i miei sentimenti di rabbia non implicano che io sia una persona rabbiosa. Un uomo che ha giusti motivi di rabbia non viene ridotto alla condizione di persona rabbiosa.”
Infine, come ci ha insegnato la vita di Valerie Solanas, autrice del Manifesto SCUM, nemmeno alla base della “pazzia” c’è mai stata la rabbia, ma solamente la violenza sessista-patriarcale strutturale subita per anni.


Dunque se effettivamente “si può scegliere una vita più semplice rimanendo le brave bambine sorridenti con il loro addomesticato sì”, solo rinunciando a questa “comoda” posizione possono essere raggiunti traguardi collettivi e oltrepassare le concessioni del patriarcato, le uniche da lui ritenute legittime. Solo puntando il dito contro ciò che viene riconosciuto come un non- problema, legittimando la rabbia scomposta o eccessiva si possono conquistare spazi, diritti e parità.


BIBLIOGRAFIA
Ehrhardt Ute, Le brave ragazze vanno in paradiso le cattive dappertutto, 1996 Casa Editrice
Corbaccio s.r.l., Milano.
Murgia Michela, STAI ZITTA e altre nove frasi che non vogliamo sentire più, 2021 Giulio
Einaudi editore s.p.a., Torino.
Palazzi Franco, La politica della rabbia Per una balistica filosofica, 2021 nottetempo, Milano

Comments (1)

  • Emanuela Abbatecola

    Molto interessante! Spesso sottovalutiamo i condizionamenti e giudizi che colpiscono le donne “scomode” perché ribelli. E così la rabbia maschile è percepita come “sana”, mentre quella delle donne è subito ridicolizzata: “hai il mestruo?”

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