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Sea waves crashing close up. Free public domain CC0 photo.

Contro il mito della meritocrazia

Nutro molta stima e interesse nei confronti di questo progetto e ritengo possa rappresentare per me un’ottima occasione di crescita personale.

Contro il mito della meritocrazia

Sono sempre più frequenti articoli delle principali testate giornalistiche italiane aventi l’obiettivo di raccontare storie di giovani laureati in tempo record. Ponendo in secondo piano le vicende individuali degli studenti protagonisti di certi racconti, la dinamica risulta singolare per una serie di aspetti. In particolare, la pubblicazione di notizie di questo genere palesa la natura trionfalistica della narrazione tossica incentrata sul “mito del merito“.

Osservare un fenomeno del genere da una prospettiva di neutralità è una mossa ingenua. Specie se la si inserisce all’interno della logica che la produce. La promozione di informazioni volte all’esaltazione individuale e di celebrazione di traguardi che vengono presentati come esterni alle condizioni materiali di vita di ognuno contribuiscono alla creazione di un panorama che però non coincide con la realtà.

Si tratta, in sostanza, di una logica che pretende di collocare tutti i soggetti coinvolti all’interno di un ambito specifico (sia esso lavorativo, scolastico, universitario) sulla stessa griglia di partenza. L’unico parametro che si prende come riferimento nell’analisi dei risultati finali consiste nel valutare in che modo è stato superato il traguardo. Ne consegue, quindi, che dalla stessa logica vengano escluse tutte le variabili che compongono la vita di ognuno. E con ciò non intendo riferirmi ai soli elementi che determinano la collocazione sociale di un soggetto, ma anche al contesto che lo circonda, e che dunque lo influenza e lo intrattiene in un rapporto di dipendenza con fattori esterni alla sua esistenza individuale.

La collocazione standardizzata di una massa di individui sulla stessa linea di partenza tende quindi a collocare in secondo piano le differenze che intercorrono fra i vari segmenti che compongono la massa.

Viene così reiterata una narrazione che opera nella direzione di una messa a fuoco di una platea indistinta. Da essa non emergono le posizioni di coloro che partono avvantaggiati, come quelle di coloro che al contrario si collocano ancor prima della griglia di partenza.

Ciò che emerge è la necessità di alimentare il meccanismo alla base della gara.

Analizzare la dinamica della competitività in maniera isolata è però un’operazione fine a se stessa. Occorre quindi ricondurla agli indirizzi politici che su di essa hanno costruito una componente rilevante della propria legittimità. A questo proposito è centrale un esempio.

Il discorso inaugurale di Mario Draghi, prima di dare vita all’attuale governo, fece molto clamore. Al di là del contenuto del monologo, che può essere oggetto di analisi differenti, va evidenziato un aspetto in particolare su cui occorre fare una riflessione.

Ad un certo punto del discorso veniva recitata un’affermazione in particolare: “parità di genere non vuol dire parità di quote rosa ma parità di condizioni competitive tra generi“.

Al di là della banalità dell’affermazione queste due righe contengono molto di più.

Contengono trent’anni di pensiero neoliberale centrato unicamente sulla costruzione di un sistema sociale nel quale la materia prima deve necessariamente essere la competitività. È chiaro che un’affermazione di questo tipo non prenda minimamente in considerazione la parità di genere. Anzi, potrebbe riferirsi a chiunque a patto che si tratti di individui in gara tra loro.

Se ci si muove da certi presupposti qualsiasi relazione umana viene neutralizzata nella direzione della capacità di ognuno di essere più o meno competitivo dell’altro. La concorrenza è l’elemento che riassume ogni comportamento umano e in quanto tale deve essere la fonte di qualsiasi relazione sociale. Uno schema che vuole che l’unità di misura di ogni azione individuale debba essere valutata solo sulla base della competitività. Perché è da questo elemento che dipendono i meriti e i demeriti, l’autostima e i fallimenti di ognuno. Tutto questo concorre a umiliare le altre capacità del singolo che risulti inefficiente per adempiere a certi compiti. E come naturale conseguenza si assiste alla creazione di una massa di individui isolati incapaci di relazionarsi se non ai soli fini della competizione e della sopraffazione.

L’elemento competitivo in trent’anni ha acquisito un’importanza tale nella narrazione dominante che si fa ormai fatica ad immaginare un ordine sociale dotato di paradigmi differenti.

Ed è ironico che a parlare di competizioni sia proprio Draghi che ha avuto accesso al ruolo che presiede in assenza di qualsiasi regolare competizione elettorale.

Una delle ultime righe scritte da Mark Fisher prima di suicidarsi recitava “mi sento un buono a nulla“. In uno dei Paesi che vanta i più elevati livelli di depressione giovanile, una frase del genere potrebbe descrivere la condizione di milioni di giovani e condizionare interi rapporti generazionali, oltre a minare il futuro tessuto sociale che si appresta ad emergere.

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