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Sotto il ghiacciaio

Ascolto consigliato durante la lettura: Queensrÿche. “Anybody Listening?.” Empire EMI America, 1990. 

di Matteo Bertone

La luce obliqua del mattino faceva scintillare le acque del torrente sul versante soleggiato del vallone. Appena il terzetto oltrepassò le dune erbose che costeggiavano il fiume, Enrico ebbe una rivelazione. Era solito averne, da qualche tempo; l’ultima era stata un mese prima, dopo aver visto un uomo che somigliava a suo padre, a piedi nudi in metropolitana. Si guardò attorno, e capì che si erano persi. 

Il punto di riferimento indicato da Mirko non era dove avrebbe dovuto essere. 

– Quando vedete i tre abeti, proseguite tenendoli alla vostra sinistra. Da lì al lago è facile – così aveva detto Mirko, nel suo modo scherzoso, gli occhi sfolgoranticome il ghiacciaio la mattina. Aveva un sorriso buono e il tono pacato di chi ha trovato il suo posto nel mondo. Enrico lo conosceva da anni, da prima che decidesse di cambiare vita e abbandonare la città per vivere in montagna.

Herman e Suzanne proseguivano spediti bacchettando tra i sassi, senza voltarsi indietro, ed Enrico, che aveva rallentato il passo, chiudeva la fila scrutando il punto in cui avrebbero dovuto comparire gli alberi. Per quanto sforzasse la vista, scorgeva solo la lunga lingua di pietre che saliva fin dove la parete diventava scoscesa. 

Controllò il cellulare ma non c’era campo, perciò lo ripose in tasca e fece un respiro lento e profondo, come se quell’isolamento forzato in qualche modo lo rassicurasse e gli trasmettesse calma.  

Si erano conosciuti la sera prima, in rifugio. C’era una bella atmosfera, calore e risate riempivano la stanza, appannavano i vetri. Fuori c’era ancora luce. Un gruppo chiassoso di francesi occupava metà della sala, poi c’era una piccola comitiva del CAI di Pescara, quattro ragazzi di Roma e infine i due coniugi olandesi, Herman e Suzanne. Mirko li aveva messi al tavolo con Enrico, che era salito da solo, e avevano finito per fare amicizia. 

Herman e Suzanne erano escursionisti esperti, quarant’anni lei e quarantacinque lui, olandesi, senza figli, in vacanza in Italia. Lui era alto e dritto, levigato dal vento, la sicurezza negli occhi per tutte le vette che aveva conquistato. Parlava soprattutto in inglese, ma si sforzava di esercitare il suo italiano stentato, facendosi aiutare dal vino. Lei risplendeva di quella bellezza che in alcune donne trova pieno compimento solo nell’età matura. Doveva essere stata una ventenne abbagliante e una trentenne affascinante, ma solo ora il suo viso e il suo corpo avevano trovato l’armonia perfetta. Portava i capelli corti in un caschetto biondo scalato e il collo nudo mostrava un simbolo a spirale tatuato. 

Enrico non era in vena di parlare, ma aveva voglia di ascoltare. Si fece rapire dai racconti della coppia, storie di viaggi e scalate che Herman descriveva con profusione di dettagli e Suzanne arricchiva di colore. Finita la cena il trio si trasferì fuori, sfidando il freddo del crepuscolo. Portarono appresso i bicchierini di grappa e si accucciarono sulle panche ai lati di un tavolo di legno, gli sguardi rivolti al ghiacciaio che baluginava al calare del sole. Gli occhi di Suzanne brillarono per un istante nella luce morbida del tramonto, sembravano abitati da pensieri estranei a quel momento e quel luogo. 

– È bellissimo – sospirò, mentre la luce scivolava via dal suo volto. In un sorso finì tutta la grappa rimasta.  

– Il ghiacciaio si sta ritirando – ribatté Enrico – niente dura per sempre.

 Infilò una mano in tasca, ma il suo telefono era ancora nella camerata, in ricarica. 

– Come mai sei qui da solo? – gli chiese Suzanne.  

– Non si deve andare in montagna da solo – commentò Herman fissando il contenuto del suo bicchierino. Sembrava contrariato – È molto pericolo.

– Pericoloso – lo corresse Suzanne. Lui non si scompose.

– In genere cerco di evitare le vie che richiedono esperienza.

– Non importa – insistette l’uomo – puoi slogarti la caviglia, o perdere la strada. 

Ci fu un momento di silenzio, Enrico si sentì come avesse subito una ramanzina. 

Un pensiero gli attraversò la testa insieme a una folata di vento gelido. Stava per dire qualcosa, quando Suzanne alleggerì la tensione cambiando argomento. 

– Perché domani non andiamo tutti insieme al Lago Bianco?

– Perché no? – esclamò Enrico alzando il bicchiere. Iniziava a tremare per il freddo. 

Herman finalmente sorrise e annuì. 

Poco dopo li raggiunse Mirko con un bicchiere vuoto e la bottiglia di grappa e spiegò come arrivare al lago. Parlò un po’ in inglese e un po’ in francese. Suzanne disse che aveva studiato alcuni anni a Parigi e così Mirko le rivolse un paio di battute in francese che la fecero ridere. Ci furono alcuni sguardi fra loro. 

Enrico si domandò se Herman se ne fosse accorto. 

La mattina seguente, di buon’ora, Enrico uscì dal rifugio per veder sorgere il sole. L’aria gelida sembrava soffiare direttamente dal ghiacciaio. Stava guardando il cellulare e non si accorse di Suzanne fino a quando lei non gli posò una mano sulla spalla. 

– Buongiorno – disse allegra – hai dormito bene? 

Enrico si sorprese a fissare per un momento il volto della donna, che alla luce del mattino gli parve diverso, anche se non avrebbe saputo dire come. 

– Ho sentito i francesi, alle quattro. Si sono alzati presto per andare sul ghiacciaio. Poi non sono più riuscito a dormire. Chissà se sono già arrivati. E tu? – le rispose. 

Lei piegò la testa di lato e gli rivolse un sorriso enigmatico. Poi scoppiò in una risata luminosa, e proprio in quel momento dalla porta del rifugio uscì Mirko con gli occhi piccoli di sonno. Una felpa nera, le mani ficcate nelle tasche e gli scarponcini slacciati.

– Avete fatto colazione? – domandò guardando i monti come un’aquila, come cercasse qualcosa di specifico sulle cime. Suzanne gli mise un braccio intorno al collo, poi lo lasciò scivolare via e ritornò dentro saltellando sulle sue ciabatte di lana. 

Quando Herman e Suzanne ebbero finito di fare colazione e preparare gli zaini, il trio si ritrovò fuori dal rifugio. Suzanne si allacciava gli scarponcini ed Herman studiava la cartina, i bastoncini stretti in una mano. Quella mattina era serio e taciturno. Enrico gli chiese se fosse tutto a posto, ma lui non rispose. 

Mirko li accompagnò per il primo tratto, fino alla roccia scoscesa da cui si spalancava il vallone delle dune, tagliato a metà dal torrente. Herman strinse in fretta la mano a Mirko e scese per primo, senza aspettare gli altri. Suzanne invece lo abbracciò e gli disse qualcosa in un orecchio, poi raggiunse il marito. Prima di salutare il suo vecchio amico, Enrico si fece ripetere ancora una volta le indicazioni per il lago. 

– Non potete sbagliare – furono le ultime parole di Mirko, prima di voltarsi e tornare al rifugio. 

Dopo le prime due ore di marcia, i tre compagni fecero una sosta per bere. Sull’altra sponda del torrente comparvero due grosse marmotte che correvano sul prato, ma appena si accorsero della presenza di umani sparirono fra le rocce. Herman sembrava essersi rilassato, scherzò sulla fobia di Suzanne per i roditori e poi raccontò che quando era giovane, durante un viaggio in Nepal, aveva mangiato una marmotta.  

– Non me lo avevi mai detto – s’interessò Suzanne con l’aria di chi sta al gioco.

– È tutto vero. Ma non era buona – rispose lui. Non si capiva se stesse scherzando. 

– Non dici davvero – azzardò Enrico mentre sgranocchiava una noce. Non ottenne risposta. Guardò Suzanne, ma lei fece una smorfia, come a dire che ne sapeva quanto lui. Nel silenzio si sentiva solo il gorgoglio del torrente. 

– Andiamo? – disse Herman d’un tratto.

Circa mezz’ora dopo, oltrepassata la distesa pianeggiante del vallone e risalita per un pezzo la pietraia, il sentiero sparì. Del trittico di abeti non c’era l’ombra, e si faticava a trovare una traccia da seguire. 

Enrico verificò di nuovo se il suo telefono avesse campo ma non dava segni di vita. Proseguirono seguendo i rari ometti che comparivano di tanto in tanto: cumuli di rocce sistemati dal personale dei rifugi e dalle guide per segnare la via agli escursionisti. Il tragitto che stavano seguendo però, invece di risalire in alto, iniziò a piegare in basso, verso la lunga conca erbosa che si apriva in fondo al dirupo, diventando sempre più scosceso e franabile. 

– Io credo che è uno sbaglio – costatò Herman con noncuranza. 

– Si scivola – gli fece eco Suzanne perdendo aderenza e facendo rotolare alcune pietre in fondo al dirupo. Quando capirono di aver del tutto perso la via, si fermarono sedendosi su un grande masso piatto e stabile, con le gambe a penzoloni nel vuoto. 

– Guardate – disse Enrico indicando qualcosa sotto di loro, con il bastoncino. La carcassa di un animale morto, senza testa, giaceva tra le rocce. Non si capiva nemmeno che razza di bestia fosse. 

– Merde! – esclamò Suzanne – c’est dégoûtant. 

Enrico estrasse il telefono e vide che erano comparse alcune tacche. 

Attese qualche istante con gli occhi fissi sul display, il fiato sospeso. Poi, vedendo che nessuno l’aveva cercato, fece un respiro e chiamò il rifugio.

– Avete sbagliato – disse Mirko  non appena capì dove erano finiti. 

– Ora come facciamo?

– Dovete scendere, guadare il torrente e risalire dall’altra parte.

– Dio santo, Mirko. È ripido qui. 

Si sentivano molte voci di sottofondo, lui disse qualcosa in francese, lontano dalla cornetta.

– Perché non siete passati sotto i tre abeti?

– Non c’erano. 

– Suzanne sta bene?

– Possibile non ci sia un’altra soluzione?

– Potete tornare indietro. 

Suzanne fissava Enrico in attesa, gli occhi spalancati, una mano fra i capelli, mentre Herman stuzzicava la carcassa di animale con uno dei bastoncini, finché riuscì a farla ruzzolare giù in fondo al dirupo. In quel momento cadde la linea e il telefono tornò muto.  

– Mirko dice che possiamo solo tornare indietro. Oppure scendere rischiando di sfracellarci sulle rocce. E se arriviamo sotto sani e salvi, dobbiamo guadare il torrente. 

– Scendiamo – disse Herman. Suzanne emise un sospiro.

– Please, Herm. 

– I’ve never been so sure of anything. 

Nel frattempo, un fronte di nubi nere si era alzato da ovest e incombeva sulle cime rocciose alle loro spalle. Herman aveva il viso rivolto al cielo e lo sguardo nascosto dietro gli occhiali scuri, non accennava a muoversi e non parlava. Sembrava un crotalo rannicchiato al sole, immobile per godersi il tepore della roccia, ma pronto a scattare in qualsiasi momento. Suzanne scrutava la conca in basso, le ginocchia strette al petto e i pensieri altrove. 

Quando il vento iniziò a soffiare, Enrico si alzò in piedi ergendosi sulla roccia a fissare il cielo, sembrava un parafulmine in cima a un campanile.

– Dobbiamo prendere una decisione – disse – il tempo sta cambiando. 

Herman raccolse i bastoncini, mise lo zaino in spalla e sorrise. 

– Sono pronto. 

Suzanne lo afferrò per un braccio e lo costrinse ad affrontarla. Mentre Enrico balzava giù dal masso e si rimetteva lo zaino, i due iniziarono a discutere nella loro lingua. I toni si alzarono, Suzanne iniziava le frasi con un registro basso che poi esplodeva all’improvviso. Herman rispondeva agitando i bastoncini nell’aria, sbuffando infastidito e scuotendo la testa. Andarono avanti fino a che il telefono di Enrico iniziò a squillare. Trasalì mentre lo levava a fatica dalla tasca, per poco non gli cadde sulle rocce. Controllò il display e solo allora sembrò calmarsi.

– Siamo ancora qui – rispose voltandosi verso Suzanne. I coniugi smisero per un momento di discutere. 

– Va bene – disse prima di chiudere. 

– Cosa dice –  domandò Suzanne, speranzosa. 

– Di tornare indietro. 

Un tuono in lontananza li fece voltare entrambi verso le nubi. Videro un uccello dalle grandi ali che volava in cerchio sulle loro teste, probabilmente un gipeto. 

Pochi istanti dopo si accorsero di un movimento alle loro spalle: Herman aveva iniziato a scendere, puntando i bastoncini e zigzagando sul pendio scosceso, tra rovi, pietre e polvere. Enrico la guardò come si guarda l’ineluttabile conseguenza di una catastrofe. 

Fece per dirgli qualcosa, ma Suzanne lo afferrò per un braccio scuotendo la testa. 

– È fatto così. È già successo.

Scese dal masso, si preparò e si mise in marcia nella direzione opposta.

Tre ore dopo, in prossimità del rifugio, Mirko era in piedi sul costone di roccia ad aspettarli. Enrico e Suzanne non si erano quasi rivolti la parola, durante quel rientro forzato. A metà strada era venuto a piovere, si erano coperti la testa con il cappuccio continuando a camminare. Suzanne era silenziosa e cupa. Camminava a velocità doppia rispetto all’andata ed Enrico faticava a starle dietro. Dentro il rifugio, Suzanne provò a chiamare Herman, ma il suo telefono non era raggiungibile.  Allora si agganciò alla rete Wi-Fi e iniziò a mandargli messaggi. Rimase seduta tutto il pomeriggio al tavolo, da sola, finché non fu sera e le dissero che bisognava apparecchiare per la cena. 

Quella sera non toccò cibo. Quando la sala iniziò a svuotarsi, raggiunse Mirko ed Enrico, seduti su una panca. 

– Dobbiamo chiamare i soccorsi – disse a bassa voce, fissando Mirko negli occhi.

– Ora è buio – rispose lui – non si può far nulla fino a domani. 

Suzanne teneva il cellulare in mano e controllava il display con occhi spenti. 

Un’ora dopo erano ancora seduti allo stesso posto, loro tre soli. Mirko portò un liquore e tre bicchieri. Bevvero, ma nessuno aveva voglia di parlare. A un certo punto Suzanne appoggiò la testa sulla spalla di Enrico e chiuse gli occhi. Di lì a poco si addormentò. La portarono a letto e tornarono a sedersi di sotto. 

Il telefono di Enrico suonò in quel momento. Si alzò e uscì nella notte per rispondere. Mirko lo vide camminare su e giù davanti al rifugio, sedersi sulla panca, reggersi la testa con una mano e poi alzarsi di nuovo, mentre il bagliore blu della notte riverberava sui monti dietro di lui. Nello stesso momento, un messaggio di Herman arrivò sul telefono di Suzanne, ma lei lo avrebbe visto molto più tardi, alle prime luci dell’alba.

Il giorno dopo, prima che le ombre della notte si ritirassero dietro le cime dei monti, Enrico era già fuori, immobile al cospetto del ghiacciaio, zaino in spalla, pronto a scendere. Avrebbe voluto quel ghiaccio dentro di sé, per proteggersi. 

Provò a inspirare l’aria gelida del mattino e lasciò che si depositasse, come neve. Quella notte non aveva chiuso occhio. 

Suzanne e Mirko uscirono poco dopo, uno dietro l’altro, i volti tirati, le ciabatte di lana cotta ai piedi. Suzanne era vestita come la sera prima, con un giaccone di Mirko sulle spalle. 

– Sei pronto? -gli chiese Mirko guardando negli occhi il suo amico. Enrico fece un respiro profondo. 

– Non lo so – disse – non si è mai davvero pronti.

Suzanne lo abbracciò, posandogli la testa sulla spalla. 

– Tu hai deciso quando scendere a valle?-  le chiese Enrico.

– Non ancora. Forse mi fermo un po’.

– E lui?

– Se ne tornerà in Olanda, se non vuole aspettarmi – Suzanne scrollò le spalle, a dire che non le importava un granché. Sarebbe passata, come tutte le altre volte. Come passa ogni cosa. 

– Grazie di tutto – disse Enrico, rivolto a entrambi. Gli tremava il mento, ma non per il freddo. 

– Ci rivedremo? – chiese lei.

– Chi lo sa. Forse. Se il ghiacciaio resiste un altro anno.

S’incamminò lungo il sentiero per tornare a valle. Prima di scollinare si voltò un’ultima volta, ma i suoi amici erano già rientrati.   

Matteo Bertone 

Nasce a Vercelli nel 1975. Dal 2006 si occupa di comunicazione per una multinazionale del settore salute. Da oltre vent’anni scrive romanzi e racconti, pubblicati su riviste e antologie letterarie. Nel 2017 è finalista del concorso nazionale “Lo sguardo dell’Aquila”, indetto dall’UTI delle Valli e delle Dolomiti friulane. Nel 2021 pubblica il romanzo “Dove Ghiaccio Attende” per AltreVoci Edizioni.  

CRACK è una rivista letteraria indipendente nata a Torino nel 2018. Pubblica racconti brevi , altre narrazioni e rubriche sul mondo dell’editoria. È gratuita ed è disponibile sia in versione elettronica sia cartacea, scopri di più su www.crackrivista.it

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