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Intersezionale

Gli Anticoncezionali Maschili. A che punto siamo?

Nel 2022 l’aborto continua a essere un tema centrale nei dibattiti pubblici occidentali.


Il 2022 è l’anno in cui la Corte Suprema statunitense ribalta la Roe v. Wade, sentenza del 1973 che, basandosi su un’interpretazione del quattordicesimo emendamento, riconosceva il diritto all’aborto a livello federale. Ai tempi della sentenza, abortire era possibile su libera scelta della donna solo in quattro stati, di contro, trenta lo normavano come reato. Oggi si assiste ad un ritorno a quella che era la situazione antecedente alla Roe v. Wade: l’aborto è materia su cui legiferano i singoli stati, e conseguentemente un diritto molto spesso negato; quindici dei cinquanta stati applicano un full ban in materia. Questo a causa di norme antiabortiste, cosiddette trigger laws, mai abrogate a livello statale, ma inapplicabili per via di una sentenza federale, tornate valide una volta ribaltata quest’ultima. Il  2022 è l’anno in cui il governo ungherese di Orbàn approva un decreto che obbliga il personale sanitario a far ascoltare il battito del cuore del feto alle pazienti che scelgono di abortire. Nel febbraio dello stesso anno, il parlamento polacco respinge un’iniziativa di legge che legalizza l’aborto fino alla dodicesima settimana di gravidanza, ribadendo quanto stabilito nel 2021 dalla Corte Suprema del paese.

Questa, composta da giudici del partito ultraconservatore di governo Diritto e Giustizia (PiS), ha reso l’aborto possibile solo quando la vita e la salute della madre sono in pericolo e nei casi di gravidanze derivanti da stupro. In Italia la situazione appare migliore, ma certo non mancano le ragioni per preoccuparsi. I ginecologi obiettori di coscienza sono il 64%, in certe regioni addirittura il 90. Giorgia Meloni, presidentessa del consiglio, minimizza il problema, affermando come la situazione attuale sia equilibrata: una forzatura, considerando come le cittadine di Marche e Molise, per esercitare un diritto, si trovino costrette a spostamenti di varie decine di chilometri. Le Marche, governate dal partito di Meloni, hanno come capogruppo di Fratelli d’Italia Carlo Ciccioli, il quale aveva giustificato le recenti limitazioni all’uso della pillola abortiva avvenute nella regione con il pericolo di una sostituzione etnica, rifacendosi alla teoria del Great Replacement tanto in voga nell’estrema destra statunitense e, a cascata, in quella occidentale. Con l’attuale esecutivo, il ministero delle pari opportunità diventa il ministero di natalità, famiglia e pari opportunità: un cambio con un peso simbolico preciso, che trova il favore di vari movimenti prolife, o, per meglio intendersi, antiabortisti. È proprio la ministra Roccella ad affermare come l’interruzione di gravidanza non sia un diritto. 

Libertà di decidere sul proprio corpo, maternità e aborto sono temi centrali, a cui se ne affianca uno meno discusso, ma altrettanto importante: la procreazione responsabile e gli anticoncezionali. I più noti, fatta eccezione per il preservativo, sono la pillola, la spirale contraccettiva e l’anello, medicinali a base ormonale, assunti dalle donne. Ed è sulle donne che, di conseguenza, ricade la responsabilità e il carico della contraccezione. 

Sembra, in un primo momento, paradossale che un qualcosa riguardante entrambi i sessi, nel pratico gravi solo su una delle parti considerate, specie in una società che almeno a parole si spertica tanto per la tutela della famiglia, delle donne. Eppure, il tutto sembra rientrare in una logica di tipo patriarcale, nella quale la subordinazione del femminile al maschile è data per scontata, nell’ordine delle cose. È una mancanza di interesse che prima ancora di un carattere scientifico ne mostra uno sociale: intendere la sessualità, la contraccezione e la maternità come responsabilità singole e non condivise. 

Se le donne hanno a disposizione circa una dozzina di opzioni contraccettive, gli uomini ne hanno solo due, preservativo e vasectomia. Sufficienti? No: in Italia, come nel resto dell’Occidente si sta assistendo ad un decadimento nell’utilizzo del profilattico, per tutta una serie di ragioni. Anzitutto, una generale ignoranza in materia di sicurezza in ambito sessuale. In particolare, sono i giovani ad apparire lontani da una cultura della prevenzione: nel 2021, l’Osservatorio giovani e sessualità ha rilevato come il 49% dei giovani italiani sessualmente attivi non utilizzi il preservativo, portando potenzialmente ad una crescita delle gravidanze indesiderate. Ci sono poi alternative ritenute valide, preferibili al preservativo, il quale, va ricordato, non piace. Si ritiene danneggi l’esperienza del sesso limitando la sensibilità e intaccando la dimensione psicologica, attraverso la perdita di spontaneità che per alcuni consegue all’utilizzo. 

La seconda opzione, la vasectomia reversibile, è ancor meno popolare: si tratta pur sempre di un’operazione chirurgica oltreché di una metaforica castrazione, mal vissuta da moltissimi uomini anche solo a livello concettuale. Ritorna in questo caso, una concezione della sessualità come strumento di affermazione dell’io, che ha nella possibilità del procreare un tratto identitario.

Vale quindi la pena chiedersi, perché manca una cultura maschile in ambito contraccettivo? Le ragioni sono diverse. Anzitutto, è giusto sottolineare come lo sviluppo di farmaci relativi destinati agli uomini sia un lavoro difficile dal punto di vista scientifico. Banalmente, il corpo di una donna in età fertile produce ogni mese un ovulo, mentre un uomo produce una quantità di spermatozoi al secondo che va nell’ordine delle centinaia.

Se è possibile creare un meccanismo ormonale che “disinnesca” l’ovulazione, fare altrettanto nel caso maschile appare complesso, o quanto meno, a oggi gli studi non portano a soluzioni convincenti, complici iter di approvazione farmacologica e processi scientifici lunghi e complicati. Le ricerche in materia sono state appunto perlopiù marginali dagli anni Cinquanta a oggi: partendo da pillole a base di ormoni, passando per farmaci derivati dal cotone la questione non è mai stata affrontata con uno sforzo collettivo della comunità scientifica. Eppure, la mera difficoltà a livello di ricerca non da un quadro completo di un contesto reticente ad abbandonare il proprio privilegio. Infatti, molti uomini si dichiarano contrari ad un’eventuale assunzione periodica di medicinali contraccettivi a base ormonale, appellandosi ai potenziali effetti collaterali che danneggerebbero vari aspetti della quotidianità maschile, come per esempio l’appetito sessuale, tramite la riduzione nei livelli di testosterone.

Leggendo online, fra i motivi del mancato sviluppo di anticoncezionali maschili ci sarebbe poi una mera analisi dei pro e dei contro: gli uomini, non correndo il rischio di gravidanze indesiderate assumerebbero dei rischi sproporzionati rispetto ai benefici. Ammessa e non concessa la bontà di tale affermazione, viene ribadita una visione precisa della sessualità, fatta di ruoli sociali definiti, nei propri compiti e nelle proprie responsabilità (o assenza di esse). Si ritiene normale che le donne continuino a farsi carico di questo fardello e delle controindicazioni che ne seguono. Che, come sappiamo possono essere molte: sanguinamenti intermestruali, distensione gassosa addominale, ritenzione di liquidi, aumento della pressione sanguigna, tensione mammaria, emicranie, cefalee, episodi depressivi, sbalzi nell’appetito sessuale, sono solo alcune delle possibili controindicazioni degli anticoncezionali a base ormonale. Di nuovo, il tutto appare scontato. Ed effettivamente, nel modello di società in cui viviamo, la cosa risulta coerente. Se in un primo momento lo sviluppo della pillola ha rappresentato un’espressione di libertà sul proprio corpo, come sottolineò ai tempi la seconda ondata femminista, oggi la quasi totale delega della contraccezione alla donna ribadisce un dato status quo, nel quale il maschio si vede assolto da qualsiasi rapporto di condivisione e solidarietà. L’uomo patriarcale si isola dalle conseguenze del proprio privilegio, rifiutando le proprie responsabilità.

Tuttavia, dal lato scientifico ci sono delle novità. Un metodo promettente sembra essere quello del Risug, un gel sviluppato in India dall’IIT di Kharagpur, primo anticoncezionale destinato agli uomini ad aver raggiunto l’ultima fase della sperimentazione, tuttavia non ancora approvato. Negli Stati Uniti un gel analogo, il Valsagel, è in fase di sperimentazione. 

Nel 2021 la Bill & Melinda Gates Foundation ha premiato con quasi due miliardi di dollari un progetto dell’università scozzese di Dundee, relativo allo sviluppo di una pillola maschile. Lo sviluppo richiederà almeno due anni. L’arrivo di un prodotto maschile sembra ancora lontano. Eppure, mai come oggi è arrivato il momento in cui gi uomini possono e devono assumersi maggiori responsabilità, per condividere il carico che si affianca alla contraccezione e rovesciare l’assunto secondo cui le donne debbano prendersi cura della sessualità maschile, compreso il rischio di gravidanza. Sradicarsi da un insieme di concezioni infondate sui corpi, i compiti e le aspettative sociali legate a dei modelli che negano le libertà, sessuali e no. 

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